


Il viaggio inizia da Giuseppe, perché è nostro amico e perché ci piace.
I giornalisti veri lo definirebbero un “nuovo contadino” o peggio ancora un new farmer.
Per noi è Giuseppe che non è nato contadino, ma dopo l’università Bocconi e sei anni da consulente aziendale a Milano è tornato a Sud a fare il contadino.
Quando ho lasciato Milano però non c’era nessun intenzione di realizzare un progetto in agricoltura. C’era solo tanta confusione, l’entusiasmo per il ritorno in Salento, un progetto associativo che avrebbe avuto vita breve e una vecchia casa al mare da sistemare e trasformare in Bed&Breakfast insieme ad Amedeo, compagno di avventura disceso dal lontano Piemonte. L’incontro con la campagna è avvento solo in seguito, in maniera casuale, forse sempre per quella sensibilità che avevo acquisito nel mio anno napoletano, in particolare sull’agricoltura naturale e il consumo critico.
Se Giuseppe ora lo troviamo lì nella campagna di Cutrofiano in mezzo ai suoi ulivi a produrre olio, ortaggi, grano, farro, agrumi e erbe aromatiche è anche un po’ grazie a Napoli. C’era andato in trasferta per lavoro e poi a Milano non ci è tornato più. “Vedi Napoli e poi Vivi”. Un altro sud che l’ha riportato “a casa”, dove la casa non è necessariamente il posto in cui si è nati o il fantomatico “ritorno alle origini”. Giuseppe racconta in un’ intervista di qualche anno fa che i suoi genitori non avevano nessun interesse per la terra, l’unico era il nonno agronomo, che però come tutti in quel periodo, si dedicava all’agricoltura intensiva. Il suo dunque non è un ritorno alla tradizione, ma un ritorno a lì, dove si è veramente, nel posto che si sceglie.
Che lui sia a casa lo vedi dagli occhi che gli sorridono dentro alla montatura sottile.
Quando lo abbracci sa di patchouli e quando gli parli ascolta serio e concentrato.
Il nostro incontro è iniziato con un pranzo.
Il cibo racconta.
Giuseppe produce l’olio con cui condiamo a crudo le friselle e con cui coccoliamo le lenticchie speziate.
Anche le friselle sono sue, fatte con Grano Cappelli che lui stesso produce.
Piantiamo una varietà antica di grano, il Senatore Cappelli e il Farro Dicocco, che sono tra i pochissimi a non essere stati modificati, tramite bombardamento di elettroni, per ottenere varietà mutanti più basse e produttive. Anche se il nostro grano risulta a volte “sporcato” dai semi di erbe infestanti, è possibile eliminarli in fase di molitura grazie allo svecciatoio, che ho rintracciato in un vecchio mulino di un paese vicino. Anche queste sono cose che si imparano con l’esperienza, prima andavo al nuovo mulino ma, a causa delle grosse dimensioni dell’impianto, era difficile separare due diverse partite di grano. Ora invece sono sicuro che tutta quella che esce è farina del mio sacco.
Facciamo fare le friselline da un forno che lavora in un certo modo e che, chiaramente, non fa produzioni industriali. Parliamo di una piccola produzione, ma le nostre friselle vanno a ruba, non riescono neppure a toccare gli scaffali. Per la pasta ho già cambiato tre laboratori, uno ha chiuso, l’altro viaggiava su produzioni industriali, poi ho trovato un giovane pastaio, Daniele, che ha una linea artigianale con piccole produzioni di qualità, essicazione lenta, naturale. Questo è stato un incontro proficuo sotto diversi punti di vista, con lui c’è condivisione anche sugli intenti, l’idea è di collaborare per una valorizzazione delle tipicità locali. La pasta e le friselle vanno a integrare la nostra offerta d’olio, diciamo che si vendono da sole.
Ad oggi il pastaio è cambiato ancora, a riprova ulteriore che mangiando questi prodotti mangiamo scelte, errori, anni di ricerca per arrivare a un prodotto di qualità che conservi l’artigianalità e la sapienza del fare. Un fare collettivo, la ricerca di una rete di professionalità e intenti per arrivare a un cibo vero, che ha già in sé una storia da raccontare.
A tavola non siamo soli. Con noi c’è Giovanni, un quasi settantenne con gli occhi e l’energia di un bimbo, biciclettaio folle, fabbro, contadino, grande raccontatore di storie. Ha brevettato persino degli strumenti ergonomici in ferro per lavorare la terra senza sforzare il corpo. E’ arrivato da Giuseppe con la voglia di fare e un cognome “familiare”. Giovanni infatti ha lo stesso cognome di Giuseppe, Pellegrino ed è di Zollino, il paese di suo nonno. Gli è sembrato un segno e sono diventati compagni di viaggio. A tavola c’è anche Saverio, l’amico contadino che lo sta aiutando con l’orto e una famiglia di Taiwan con un bimbo bellissimo al seguito, che stanno facendo i woofer da lui.
Mi stupisco che sia una famiglia intera a fare woofing, ma Giuseppe mi mostra orgoglioso la foto che conserva nella bacheca. Accanto a Che Guevara e al calendario lunare spicca il faccione della sua prima woofer: una bimba nella fascia, figlia di un’australiana e di un messicano.
I woofer vengono per dare una mano nei lavori, in cambio di vitto e alloggio.
Mi rendo utile preparando frise, ricevo istruzioni precise: prendere quelle intere, e non quelle spezzate, perché sono all’olio, spalmarle con un po’ di crema di formaggio di pecora, che producono i vicini pastori, un pomodorino, un po’ di basilico e un filo d’olio, il suo. L’olio dà ciclicità: sta alla base e conclude.
Dopo frise per antipasto, cous cous integrale e lenticchie speziate, innaffiate da vino rosso, ci porta a vedere la sua nuova creatura in fasce.
Sta ristrutturando un edificio accanto al cancello d’entrata per ricavarne una bio-osteria, il format, così lo chiama, con retaggi bocconiani, è quello di un locale a Milano, uno di quelli in cui si mangia sano e si spende poco, dove le formalità sono ridotte all’osso.
Le colonne vuote si animano con le descrizioni di Giuseppe: lo spazio per i tavoli, una quarantina di posti da progetto, dimezzati ora a venti dalla Provincia, la cucina e il cuore del piano terra: il bancone. Si immagina una di quelle situazioni in cui le persone vanno al bancone a chiedere acqua, vino e pane e magari si fermano a chiacchierare con il barista, in attesa che arrivi il piatto vegetariano, a tratti vegano.
Sopra ci sono le camere da adibire a ostello e la terrazza che si affaccia su un agrumeto.
L’agrumeto è circondato ai tre lati da muri, è una specie di giardino chiuso a cui manca una parete. Lì scopriamo che con l’abbattimento della quarta parete è cambiato il microclima degli alberi che hanno iniziato a mutare forme e a dare qualche segno di cedimento.
La natura si adatta sì, ma risente di tutto, è un animale vivo. Per questo hanno creato aperture nel muro che dà sulla strada, per ridare aria.
Dopo la visita alla futura bio osteria, come l’antipasto che precede la portata, ci avviamo verso l’orto.
La prima parte dell’orto che appare come una sorta di giardino segreto è un orto sinergico. L’aspetto è quello di un pezzo di terra in cui il disordine è portatore di senso. Le insalate e le barbabietole spuntano tra altre erbe.
Negli ultimi giorni Giuseppe ha delegato la gestione dell’orto a Saverio e ora passa tra i solchi come un controllore di qualità della sua stessa terra.
“Non è che le buche della semina sono un po’ storte, forse bisogna dare più acqua, no? Che dite?”
Per rendere più sinergico il tutto Giovanni ha piantato qualche pianta di fagiolini ai piedi di un melocotogno.
“I carciofi, è la prima volta che vedo carciofi nella mia terra”.
Sento dietro l’orgoglio di Giuseppe che può dire “la mia terra”, così come direbbe il mio braccio, la mia gamba.
Si mette a raccogliere fagiolini: “Questi vanno raccolti, che senso ha seminare se non raccogliamo i frutti?”. La mia gamba, il mio braccio, devono costruire e io devo vederlo. Non è l’estetica del coltivare, ma la sostanza del coltivare: produrre cibo.
Subito dopo oltrepassiamo il cancello e si apre una distesa di orto classico, con le file di piantine, appena seminate, ogni fila a sessanta centimetri dall’altra. Qua c’è un ordine da rispettare. Ad ogni fila passa un pezzo di tubo per l’acqua. E’ una trovata di Saverio per ammorbidire la terra, seccata dall’estate e poterla lavorare poi meglio.
“Non sprecheremo troppa acqua?”.
Ai tubi è collegato anche un grande secchio, Saverio si avvicina e smuove un grosso sacco che sta dentro a bagno, a mò di bustina nella tisana. Lì c’è il letame delle pecore dei vicini che alimenta l’anima di ogni filare di pianta.
Concludiamo il giro in un altro pezzo di orto “spontaneo”. Giuseppe ci mostra orgoglioso il suo pezzo preferito: “Bietola selvatica, è buonissima”. Viene su dove vuole e prende sempre. Più avanti un filare di pannocchie, granoturco. Ce ne regala due frutti, dicendoci che i semi sono perfetti per i pop corn.
Ce ne scarta una davanti, dentro i semi sono scuri, non passa aria tra uno e l’altro, un corpo scoperto e compatto.
Qualche piantina di fragola e il giro è finito.
Giuseppe si inginocchia nel tappetino del salone in mezzo ai divani e di fronte al fuoco spento dall’estate non ancora conclusa.
Mentre chiacchieriamo del nostro progetto sta in ginocchio, scioglie la schiena, emette movimenti veloci e respiri che fanno uscire costrizioni del corpo.
Giuseppe è un albero.
Un albero che ha scelto un terreno e ha provato a costruirci sopra relazioni e vita.
Rileggendo l’intervista e riparlando con lui ci accorgiamo di quanto sia stato un processo lento, una sfida ancora in corso, quello di riuscire a produrre da una terra che fino a quel momento era sconosciuta.
Per raccontarsi Giuseppe ci ha presentato prima la chioma, il suo sogno, il suo progetto futuro e poi le radici, la sua terra, l’orto.
Ora è lì, tronco, corpo attento e sveglio. Ascolta, sorride, pensa.
Un uomo-albero per tirare fuori nu picca de pane dalla terra.
Azienda agricola biologica Piccapane
cda spadafora
73020 Cutrofiano, Lecce
(Le citazioni sono stratte dall’intervista fatta a Giuseppe Pellegrino nel 2008 da Monica Caggiano e pubblicato in “Vite contadine. Storie del mondo agricolo e rurale”di Monica Caggiano, Francesca Giarè, Francesco Vignani, INEA, 2009)
Per la storia a disegni il viaggio continua qui: http://storieterragne.tumblr.com/