Esperimenti di calcografia impropria

Giochiamo a tracciare fili che dalla terra, da chi la cura e pro-cura cibo arrivino alla carta

tracciando forme di inchiostro e parole.

Esercizi bambini

di usare scarti, piccoli frammenti, foglie

per scoprirne l’orma,

f-orma inedita

di inchiostro che sfuma e costruisce paesaggi

oggetti immaginari

filastrocche di cibo.

Porto al dolore. Incontri al non-mercato di febbraio

Domenica al non mercato ho portato con me l’animo pesante che ha contraddistinto questi mesi: la percezione del malessere mio e di chi mi sta intorno, la tristezza dei vecchi signori col bastone che fanno la fila tremanti all’ufficio centrale delle poste per ritirare dai libretti i loro risparmi, la neve delle ultime settimane che ha fatto ammalare mia nonna, costretta a un ritiro forzato in casa. Quotidianamente se ti fermi a guardare le facce per strada, se parli con le persone ti arriva uno scuro che entra dentro e fa da specchio al proprio. Un dolore sottile e costante, una delicata e protratta compressione del fiato. La difficoltà in tutto questo di un racconto collettivo, di qualche pratica che salvi, che conduca ad uscire dalla fossa in cui tutti, chi più e chi meno, siamo immersi.

Ecco, tutto questo l’ho portato in quella strana piazza-cortile di via di Pettorano 3. L’ho messo lì in quella poesia minima che cercavo di portare, senza nascondere rabbia e stanchezza. Ho lasciato che il mio corpo e lo sguardo ne portassero il peso. Anti-carnevale del cuore.

 

Ho pensato molto al fatto che abbiamo dimenticato la quotidiana potenza dell’incontrare le persone al mercato. Ci si andava al mercato per necessità e ogni giorno si finiva per farsi riconoscere e per riconoscere. La gente dietro ai banchi, quella vera, sapeva ascoltare, si prendeva il lusso di osservare. Non c’era il super, ma solo il mini: mini incontri con la scusa della spesa, che poi non era affatto scusa perché si portavano a casa pane, verdura, magari pesce ai tempi d’oro e, in qualche giorno primaverile, persino fiori per recidere il peso dell’inverno.

Al mercato si andava anche per scambiare sapori e saperi, magari una ricetta mescolata a una parola di conforto.

Al mercato non si aveva paura di fare quelle piccole domande, impossibili in un super, agevoli in un mini: «Come mai la cicoria quest’anno è così? », «Sa signora è piovuto poco, la siccità… » e un sapere quotidiano arrivava dalla terra in città così, semplicemente con una frase, un gesto.

Dei miei mercati in una città diversa da questa ricordo l’orgoglio di qualche contadino: «Signora guardi qua ho dell’insalata freschissima!».

Poi la città ha insabbiato sapori e odori, relegato al mercato ortofrutticolo una produzione seriale e industriale, che strozza i piccoli contadini.

Ora il fruttivendolo può giusto vantarsi di scegliere i prodotti più strani, magari un cavolo viola che viene dal Belgio. Lucido e bello come una palla da bowling, dimentico ormai del gusto e della passione dolorante della terra che l’ha nutrito.

 

Arrivo al non mercato in ritardo, sistemo le mie parole tra i banchi. Toni e Giovanni sono già lì con le loro tavole colorate, le facce segnate e dense.

Mentre sistemo spizzico la puccia che Giovanni ha tagliato a pezzetti per farla assaggiare: un’esperienza indimenticabile. Lui mi vede contenta, me ne taglia metà e me la mette in mano.

La gusto come la colazione più buona, come un dono di cura.

Affido a Toni le parole che ho pensato per lui. Le legge serio, ci pensa e poi sorride: «É bello “asciutto di sole” ». Alle poesie a volte capita di non essere comprese, di rimanere tronche, senza mani, ma Toni ha le mani giuste per comprenderle. Non solo, si fa contagiare e risponde a poesia con poesia:  mi chiederà di scrivergli con la mia calligrafia dei cartelli per la sua “Lacrima di sole. olio extravergine di oliva. Bio”  e “qualcuno creò la dolcezza… crema di mandorle. bio”.

Affido “vino utopico” a Urupia. Saverio mi risponde subito: «Guarda questo! Questo si che è uno slogan! ». Mi indica una bottiglia di grappa autoprodotta la cui etichetta recita: “AgGRAPPAti al sogno”.

Naturare appoggia la frase tra un ramo e le bambole, la signora coi capelli bianchi dei gioielli in Macramè si stupisce che abbia pensato quella frase proprio per lei. E’ orgogliosa, contenta: «Ma quanto sei bella!», mi dice.

A un certo punto vado da Giovanni Pellegrino, ha portato il suo forno per le pizze dell’amico Gianfranco di Urupia. Li guardo e penso ad alta voce: «Voi si che avete la tempra di chi sa stare al mondo, non come noi, smidollati! ».

Alla fine delle pizze Giovanni si avvicina e mi domanda il perché di quella frase. Ci sediamo sui tubi, dopo poco arriva Toni, mi si siedono a fianco. Giovanni mi racconta di come giocava quand’era piccolo, delle corse, della strada, dei cortili in cui bastava un vecchio sull’uscio e anche i bimbi piccoli erano autorizzati a stare fuori, insieme a quelli grandi, non c’erano macchine, al peggio cavalli. Toni mi dice che forse se vedo il buio fuori e perché ce l’ho dentro. Non gli ho mai parlato del buio, ma lui evidentemente lo vede e lo sa nominare. «Sei tu che scegli se far caso a un sorriso oppure no».

 

I produttori e le artigiane del mercato impastano ogni giorno la loro vita con mani e fatica. Sono lì per vendere il frutto di un lavoro che ciba in maniera sana il corpo e lo adorna, lo veste con cura ecologica. Già questo basterebbe, ma c’è di più.

Sono agenti di una vita in cui anima e corpo sono insieme a soddisfare le necessità quotidiane. Le frasi poetiche che ho dato a ciascuno sono solo una virgola. La poesia è tutta loro e non è retorica, non è preziosa, non ha bisogno di sfoggiarsi o di fare bella figura, non sospetta perché è salda, si muove nel mondo sicura e fiera. Non servono maschere speciali, artefatti concettuali, il concetto è espresso in quella puccia perfetta per il palato, la terra, l’anima.

La bellezza in questo caso non è posticcia, è insita in quei formaggi di pecora, buoni e schietti, impilati in quel modo. Una scultura di passione cagliata che dà semplicemente quello che è.

 

L’invito allora per tutte e tutti è di fare un salto al non mercato, di andarci a piedi scalzi, senza vestito della domenica, senza orpelli di circostanza. Andarci innanzitutto per necessità. Per farsi cibare il corpo e l’anima, come diritto imprescindibile.

La necessità semplice conduce a gesti puri, azioni non imbellettate, ma belle di natura.

Vendere e comprare quei prodotti o provare il brivido del “dono”, del prendere senza dare in cambio, non saranno allora gesti sterili, ma esercizi di un abitare onesto dei propri desideri, antidoti reali al buio che c’è.

Ci vediamo l’ultima domenica di marzo, a piedi scalzi, per trovare un porto al dolore.

 

Quel Castagnaccio brullo di madre toscana, dedicato a Rina Durante

L’olio è una della “deità” del Salento, celebrata da Rina Durante nel suo “Cerere e Bacco a piene mani, una civiltà da salvare”. Questo dolce è da annoverare tra quelli da salvare perchè profondamente legato alla cultura contadina, povera. E’ un dolce senza zucchero, nè uova, nè latte, ma che ha l’olio sotto, dentro e sopra. Pur essendo di madre Toscana e non essendo tipicamente pugliese ci piace legarlo a quella semplicità profonda e mitica che Rina ricerca tra i prodotti della terra pugliese.
Consideriamola  un’invasione che arricchisce, come le tante che hanno fatto a questa terra guglie, colonnati, mosaici, biancori calcarei.
Invasione di vasi comunicanti che travasa sapori, legami, “amorosi sensi”.

Mi sono chiesta mentre ne osservavo la preparazione  da dove venisse questo nome, questa aggiunta alla castagna di un’attitudine spregiativa. Ho immaginato una cattiva ragazza Casta(g)na che si trasforma e diventa un ragazzo brullo, scuro di pelle, un po’ segnato dal tempo.
Polvere di farina di castagne, dunque senza glutine, amalgamata ad acqua e olio fino a diventare fluido. Di questa pasta è fatto il ragazzo che poi si adorna, come un cavaliere prima della festa, di uvetta, scorze d’arancia, noci, pinoli e infine come tocco di malizia aghi di rosmarino, per attirare a sé l’innamorata.
Prima di cadere cotto tra le sue braccia si farà spalmare un filo di olio extra vergine, così agghindato correrà per lungo tempo il rischio del fuoco: una fiamma abbastanza alta 220 gradi circa per una quarantina di minuti minimo.
A un certo punto ci si accorgerà che il Castagnaccio è pronto, esattamente quando la superficie liscia avrà iniziato a crepare come la terra brulla quando non c’è pioggia. Una crosticina ai lati è la prova provata.  Il ragazzo ha fatto le rughe, si è fatto solcare dal vento caldo.
Uscirà croccante e starà ad ognuno decidere se cibarsene caldo, freddo, tiepido accompagnato da ricotta o, meglio da un bicchiere di vino rosso.

Storie terragne/2 Saverio, il brigante contadino

«Ciao Saverio,  ti possiamo portare qualcosa per pranzo?» è  l’ultimo messaggio che abbiamo mandato a Saverio prima del nostro incontro. Una domanda semplice per cercare di risolvere un problema complicatissimo:  cosa può portare un abitante di città che non si produce (quasi) niente da solo a Saverio, ad una persona che vive, lavora e trasforma la terra? Ci risponde gentile: «Se volete portare del vino o della birra, per il resto c’è tutto. Ci sentiamo dopo». Quel  «c’è tutto»  sincero avrebbe dovuto guidarci di più. E allora esageriamo, bottiglia di vino e dolcetti.
Arriviamo ai bordi di Copertino, ci viene a prendere all’incrocio.
Saverio ha una casa piccola e accogliente. Un vecchio deposito prima, stipato di cassette della frutta, ora scaldato da tappeti e pareti aranciate.
Il pranzo è tutto frutto delle sue mani. Riso integrale con piselli del suo orto e cicorie lessate. «Ne ho piantate un po’ l’anno scorso e quest’anno sono aumentate». Per dessert mele cotogne dei suoi alberi fatte al forno. «Avevo fatto anche dell’insalata, me la sono scordato, la volete?». C’è tutto. Anche di più.
Saverio non ha un’azienda ma una casetta in campagna e un orto per sé. Quando qualcosa avanza arriva al Gas di Lecce o a qualche vicino contadino. Lavora ogni tanto nelle terre di qualche amico, poche giornate a settimana.
La storia di Saverio e la terra ha lontane origini in un nonno contadino che coltivava le terre degli altri, ma è rinfrescata da una scelta di vita fatta più o meno sei anni fa.
Il primo incontro ad avergli cambiato lo sguardo è stato quello con la terra di uno suo amico Gerri.  Era andato a fargli visita in un posto vicino Genova, quaranta minuti a piedi di sentiero tra i boschi per arrivare alla casa. «Era bellissimo, il bosco, il fiume vicino». Gerri e la sua campagna coltivavano la terra nudi. Gerri ora non sta più là, troppo isolamento, ma quei giorni per Saverio sono stati decisivi.
Aveva fatto molti lavori prima, dall’imbianchino al banconista di un supermercato. In quel momento lavorava in una legatoria industriale, molte ore al giorno, sottopagate, in uno scantinato tra odori chimici. Un giorno non ha retto e ha dato le dimissioni. «Non ho mai avuto il mito del lavoro, come ho fatto a resistere  in quel modo non so».
Non era ancora chiaro cosa avrebbe fatto, ma voleva un pezzo di terra da viverci su. Una sera sono andati a trovarlo degli amici, si sono messi in silenzio in cerchio, a cercare insieme una risposta ai suoi dubbi. «Non so se sia stata solo una coincidenza, ma da lì le cose sono cambiate, mi sono sentito sostenuto». Aveva trovato un pezzo di terra e chiesto a Valerio, un amico muratore del padre,  quanto gli sarebbe costato secondo lui edificarci una piccola casetta.
«Ma a che ti serve?», «No, tu dimmi quanto costerebbe?». Dopo una settimana Valerio chiama e dice che ce l’ha lui un pezzo di terra, anzi due con casetta annessa. «Scegline uno, te lo do. Puoi farci quello che vuoi».
Tutto si incastra, come se la strada fosse già scelta, solo da percorrere.
Tra quella con ulivi e quella con l’aranceto Saverio ha ben chiaro cosa scegliere «Ho sempre sognato un agrumeto, lo trovo bellissimo». E’ lì, l’ha trovato, il suo luogo.
Fa amicizia con un agronomo, Francesco Minonne, docente universitario, biologo, che a un certo punto gli parla di un corso per apicoltura.
Si appassiona delle api, da tre anni fa il miele, quest’anno quasi due quintali, venduto in venti giorni. Il prossimo anno spera di farne di più.
Quando Saverio parla delle api gli si illuminano gli occhi. Ci racconta tutto, ci spiega come vivono. Quella è una società matriarcale, una democrazia al femminile. «Meglio di una democrazia», aggiunge.
L’ape è regina perché le operaie lo decidono e decidono anche quando è meglio sostituirla. L’ape regina non comanda ma si dà da fare come tutte le altre e si occupa della procreazione.
«E come si riconosce l’ape regina?» domandiamo. «Perché è più bella e mangia pappa reale per tutta la vita».
Ovvio.
Mentre parliamo, aldilà della zanzariera Mimì e Cocò due gatti fratelli, uno nero con la punta del muso bianca e l’altro siamese si rotolano uno sull’altro. Il tao dei gatti.
Gli chiediamo se non sia tanta la terra, da coltivare da solo.
«Dipende come intendi la campagna.» Si può faticare per tenerla in ordine o semplicemente preoccuparsi che le cose stiano bene e non muoiano. Lui sembra coltivare la sua terra con amore, senza impazzire per lei. Un amore equilibrato.
Quando gli chiediamo cosa vorrebbe per il futuro, lui risponde: «Questo!».
Il suo “questo” è un bellissimo aranceto, che si vede anche dalla finestrina del bagno, con in fondo le arnie colorate per le api; un orto di cicorie, finocchi, insalate, topinambur, alberi di melecotogne, un albicocco proprio di fronte alla casa.
Ad abbracciare le pareti esterne un cespuglio di lavanda da un lato e uno di salvia, dall’altro, più un piccolo giardino di piante grasse. «Di questa ne avevo preso un pezzetto piccolissimo e guarda ora come è grande!». C’è anche una pianta di Upuntia. «Sapete che non l’ho mai assaggiata?! Assaggiamola, faccio da cavia». Prende in mano un frutto, lo sbuccia ed esce un colore bellissimo, un fucsia carnoso. Ne assaggiamo anche noi. Il sapore è asprigno e granuloso, ma gradevole. «Questa terra mi piace perché non ha recinti». A delimitare la sua c’è una pietra come tante, leggermente sporgente, sul bordo della strada. Dice che hanno un nome quelle pietre ma non se lo ricorda.
Ci mostra il terreno che avrebbe potuto scegliere, con la casa in fondo alla via. «Qui sarei stato più tranquillo, è in fondo alla via, la mia casa invece è di passaggio, ma non avrei avuto l’aranceto». E poi il vicinato contadino è simpatico, quando ci vai d’accordo. Fefè e Lu Pippi sono i più simpatici, Ferruccio un po’ meno. Qualche sgarbo per storie di acqua e tubi. Il pezzo di terra di Saverio, quasi un ettaro, è l’unico ad avere il pozzo e gli altri si attaccano alla sua acqua col beneplacito di Valerio, il proprietario della terra.
Gli domandiamo se si sente solo, magari la sera.
«Non ho paura di niente, qua c’è silenzio, in estate ci sono i grilli».
Se ha voglia di non stare solo prende la macchina e magari si fa un giro con Chopper, amico sessantenne anticlericale. «Quando giro a Copertino, spesso giro con lui».
Ci fa ascoltare un cd del suo vecchio gruppo, “I briganti”, musica hardcore.
Brigante lo è rimasto, uno che sa dove vuole stare, quali odori avere intorno, quale cibo mangiare, per che cosa vivere.
Prima di andare Saverio ci offre dell’idromele, l’unico simil alcolico che beve. Durante il pranzo ha declinato infatti l’offerta di un bicchiere del vino che avevamo portato, «credo di essere diventato intollerante all’alcool». Da appassionati bevitori ci preoccupiamo subito per la sua salute e per il suo piacere. Lui non sembra invece particolarmente preoccupato. Non mangerà neanche i dolcetti, ci dice che non mangia zucchero.
C’era tutto.
Si, c’è tutto.

Per la storia a disegni il viaggio continua qui: http://storieterragne.tumblr.com/

Ammirato Mercato

C’era nell’aria qualcosa di strano. E’ la domenica prima del delirio natalizio, lo Scipione Ammirato sta per ospitare nella sua non piazza un mercato non-mercato.
Contando i banchi presenti scopriamo che sono tanti quanti gli arcani maggiori dei tarocchi. Alchimia. Le stelle o chi per loro ci assistono; il resto sarà all’insegna del: abbiamo l’anima, andiamo, proviamo, senza paura.
La mattina presto il cielo è sereno, ma le nuvole ci sono e preannunciano il battesimo dolce e delicato che scenderà sul mercato nel primo pomeriggio.
Arrivano i primi produttori, tutto si muove in un flusso energico e gioioso.
Il serpentone di tubi accoglie i pani bellissimi di Giovanni di Monteroni, i teli colorati di Agricoltura Bene Comune e a ridosso delle scale che portano al piano superiore la potenza antica degli amici di Urupia. All’altro lato delle scale il Gas, Gruppo di Acquisto Solidale, fa da colonna che regge la pietra viva. In fondo il Gas è stata la prima presenza verduraia allo Scipione. Ogni venerdì distribuisce le cassette dei produttori locali e trasforma con bilance e cassette il cortile in una mini-piazza di mercato.
All’entrata ci sono i colori delle bambole di Naturare, con la delicatezza e la forza della stoffa cucita secondo Steiner. Ognuno trova un angolo, un posticino. Il mezzo busto di Scipione indossa per l’occasione un mantello marrone di lana pesante da pastore medievale, un ramo di mandarini sta a guardia della soglia non ancora del tutto aperta che conduce al giardino.
Lì si posiziona dopo poco Il Matto, il jolly, Ippolito Chiarello con il suo barbonaggio e i suoi monologhi in vendita a poco prezzo.
Piano piano come un’onda gentile arriva la musica: il tamburello, la voce e poi una chitarra. L’atrio a mezzogiorno è pieno, colorato, denso.
Poco dopo arriva il fuoco: il forno mobile Piccapane, costruito dal genio manuale di Giovanni, fabbro-contadino-inventore. Viene montato in un angolo e inizierà da lì a poco a sfornare pizze che ridanno ad ogni ingrediente il diritto di essere. Ogni sapore ha la schiettezza e la dignità di stare dov’è, una pizza che non bara, che gioca a carte scoperte.
Nell’aria l’odore di fuoco e impasto si mescola a quello dei saponi, ai colori dei gioielli autoprodotti, dei vestiti, dei mobili costruiti con semplice cartone, delle lane che parlano di terre lontane.
Il tavolo in movimento del baratto si riempie di oggetti da scambiare e in un cartellone lo scambio di beni immateriali, lezioni di cucito, di cucina, scrittura di lettere d’amore, possibilità di scambiare i saperi, magari con sapori di verdure di stagione.
In alto a sinistra una frase conduce i più audaci a un cesto di arance candite e alle Parole della Terra di Veronelli e Eucharren. Un segno, l’origine fondativa di un pensiero sulla produzione della terra libero e solidale, un pensiero che sta oggi nella terrazza, in una delle bocche dello Stomaco Scipione, che si aprono al quartiere.
Dall’alto lo spettacolo è un puzzle sinuoso, in cui ogni pezzo è legato all’altro senza sovrastare.
Il potere delle mani quando è condiviso è un’opera vulcanica che trasforma non solo la materia viva, ma anche gli sguardi, i nasi e le orecchie di chi ci passa attraverso.
A sussurrare potentemente come la liberazione possa passare attraverso un cavolfiore, un vino prodotto con coraggio e onestà, un pane bitorzoluto e incredibilmente saporito, un sapone prodotto solo con ingredienti naturali mescolando l’odore di piante e fiori.

 

Storie terragne /1 Nu Picca de Pane. Giuseppe e la “sua” terra

 

Il viaggio inizia da Giuseppe, perché è nostro amico e perché ci piace.

I giornalisti veri lo definirebbero un “nuovo contadino” o peggio ancora un new farmer.

Per noi è Giuseppe che non è nato contadino, ma dopo l’università Bocconi e sei anni da consulente aziendale a Milano è tornato a Sud a fare il contadino.

Quando ho lasciato Milano però non c’era nessun intenzione di realizzare un progetto in agricoltura. C’era solo tanta confusione, l’entusiasmo per il ritorno in Salento, un progetto associativo che avrebbe avuto vita breve e una vecchia casa al mare da sistemare e trasformare in Bed&Breakfast insieme ad Amedeo, compagno di avventura disceso dal lontano Piemonte. L’incontro con la campagna è avvento solo in seguito, in maniera casuale, forse sempre per quella sensibilità che avevo acquisito nel mio anno napoletano, in particolare sull’agricoltura naturale e il consumo critico.

Se Giuseppe ora lo troviamo lì nella campagna di Cutrofiano in mezzo ai suoi ulivi a produrre olio, ortaggi, grano, farro, agrumi e erbe aromatiche è anche un po’ grazie a Napoli. C’era andato in trasferta per lavoro e poi a Milano non ci è tornato più. “Vedi Napoli e poi Vivi”. Un altro sud che l’ha riportato “a casa”, dove la casa non è necessariamente il posto in cui si è nati o il fantomatico “ritorno alle origini”. Giuseppe racconta in un’ intervista di qualche anno fa che i suoi genitori non avevano nessun interesse per la terra, l’unico era il nonno agronomo, che però come tutti in quel periodo, si dedicava all’agricoltura intensiva. Il suo dunque non è un ritorno alla tradizione, ma un ritorno a lì, dove si è veramente, nel posto che si sceglie.

Che lui sia a casa lo vedi dagli occhi che gli sorridono dentro alla montatura sottile.

Quando  lo abbracci sa di patchouli e quando gli parli ascolta serio e concentrato.

Il nostro incontro è  iniziato con un pranzo.

Il cibo racconta.

Giuseppe produce l’olio con cui condiamo a crudo le friselle e con cui coccoliamo le lenticchie speziate.

Anche le friselle sono sue, fatte con Grano Cappelli che lui stesso produce.

Piantiamo una varietà antica di grano, il Senatore Cappelli e il Farro Dicocco, che sono tra i pochissimi a non essere stati modificati, tramite bombardamento di elettroni, per ottenere varietà mutanti più basse e produttive.  Anche se il nostro grano risulta a volte “sporcato” dai semi di erbe infestanti, è possibile eliminarli in fase di molitura grazie allo svecciatoio, che ho rintracciato in un vecchio mulino di un paese vicino. Anche queste sono cose che si imparano con l’esperienza, prima andavo al nuovo mulino ma, a causa delle grosse dimensioni dell’impianto, era difficile separare due diverse partite di grano. Ora invece sono sicuro che tutta quella che esce è farina del mio sacco.

Facciamo fare le friselline da un forno che lavora in un certo modo e che, chiaramente, non fa produzioni industriali. Parliamo di una piccola produzione, ma le nostre friselle vanno a ruba, non riescono neppure a toccare gli scaffali. Per la pasta ho già cambiato tre laboratori, uno ha chiuso, l’altro viaggiava su produzioni industriali, poi ho trovato un giovane pastaio, Daniele, che ha una linea artigianale con piccole produzioni di qualità, essicazione lenta, naturale. Questo è stato un incontro proficuo sotto diversi punti di vista, con lui c’è condivisione anche sugli intenti, l’idea è di collaborare per una valorizzazione delle tipicità locali. La pasta e le friselle vanno a integrare la nostra offerta d’olio, diciamo che si vendono da sole.

Ad oggi il pastaio è cambiato ancora, a riprova ulteriore che mangiando questi prodotti mangiamo scelte, errori, anni di ricerca per arrivare a un prodotto di qualità che conservi l’artigianalità e la sapienza del fare. Un fare collettivo, la ricerca di una rete di professionalità e intenti per arrivare a un cibo vero, che ha già in sé una storia da raccontare.

A tavola non siamo soli. Con noi c’è Giovanni, un quasi settantenne con gli occhi e l’energia di un bimbo, biciclettaio folle, fabbro, contadino, grande raccontatore di storie. Ha brevettato persino degli strumenti ergonomici in ferro per lavorare la terra senza sforzare il corpo. E’ arrivato da Giuseppe con la voglia di fare e un cognome “familiare”. Giovanni infatti ha lo stesso cognome di Giuseppe, Pellegrino ed è di Zollino, il paese di suo nonno. Gli è sembrato un segno e sono diventati compagni di viaggio. A tavola c’è anche Saverio, l’amico contadino che lo sta aiutando con l’orto e una famiglia di Taiwan con un bimbo bellissimo al seguito, che stanno facendo i woofer da lui.

Mi stupisco che sia una famiglia intera a fare woofing, ma Giuseppe mi mostra orgoglioso la foto che conserva nella bacheca. Accanto a Che Guevara e al calendario lunare spicca il faccione della sua prima woofer: una bimba nella fascia, figlia di un’australiana e di un messicano.

I woofer vengono per dare una mano nei lavori, in cambio di vitto e alloggio.

Mi rendo utile preparando frise, ricevo istruzioni precise: prendere quelle intere, e non quelle spezzate, perché sono all’olio, spalmarle con un po’ di crema di formaggio di pecora, che producono i vicini pastori, un pomodorino, un po’ di basilico e un filo d’olio, il suo. L’olio dà ciclicità: sta alla base e conclude.

Dopo frise per antipasto, cous cous integrale e lenticchie speziate, innaffiate da vino rosso, ci porta a vedere la sua nuova creatura in fasce.

Sta ristrutturando un edificio accanto al cancello d’entrata per ricavarne una bio-osteria, il format, così lo chiama, con retaggi bocconiani, è quello di un locale a Milano, uno di quelli in cui si mangia sano e si spende poco, dove le formalità sono ridotte all’osso.

Le colonne vuote si animano con le descrizioni di Giuseppe: lo spazio per i tavoli, una quarantina di posti da progetto, dimezzati ora a venti dalla Provincia, la cucina e il cuore del piano terra: il bancone. Si immagina una di quelle situazioni in cui le persone vanno al bancone a chiedere acqua, vino e pane e magari si fermano a chiacchierare con il barista, in attesa che arrivi il piatto vegetariano, a tratti vegano.

Sopra ci sono le camere da adibire a ostello e la terrazza che si affaccia su un agrumeto.

L’agrumeto è circondato ai tre lati da muri, è una specie di giardino chiuso a cui manca una parete. Lì scopriamo che con l’abbattimento della quarta parete è cambiato il microclima degli alberi che hanno iniziato a mutare forme e a dare qualche segno di cedimento.

La natura si adatta sì, ma risente di tutto, è un animale vivo. Per questo hanno creato aperture nel muro che dà sulla strada, per ridare aria.

Dopo la visita alla futura bio osteria, come l’antipasto che precede la portata, ci avviamo verso l’orto.

La prima parte dell’orto che appare come una sorta di giardino segreto è un orto sinergico. L’aspetto è quello di un pezzo di terra in cui il disordine è portatore di senso. Le insalate e le barbabietole spuntano tra altre erbe.

Negli ultimi giorni Giuseppe ha delegato la gestione dell’orto a Saverio e ora passa tra i solchi come un controllore di qualità della sua stessa terra.

“Non è che le buche della semina sono un po’ storte, forse bisogna dare più acqua, no? Che dite?”

Per rendere più sinergico il tutto Giovanni ha piantato qualche pianta di fagiolini ai piedi di un melocotogno.

“I carciofi, è la prima volta che vedo carciofi nella mia terra”.

Sento dietro l’orgoglio di Giuseppe che può dire “la mia terra”, così come direbbe il mio braccio, la mia gamba.

Si mette a raccogliere fagiolini: “Questi vanno raccolti, che senso ha seminare se non raccogliamo i frutti?”. La mia gamba, il mio braccio, devono costruire e io devo vederlo. Non è l’estetica del coltivare, ma la sostanza del coltivare: produrre cibo.

Subito dopo oltrepassiamo il cancello e si apre una distesa di orto classico, con le file di piantine, appena seminate, ogni fila a sessanta centimetri dall’altra. Qua c’è un ordine da rispettare. Ad ogni fila passa un pezzo di tubo per l’acqua. E’ una trovata di Saverio per ammorbidire la terra, seccata dall’estate e poterla lavorare poi meglio.

“Non sprecheremo troppa acqua?”.

Ai tubi è collegato anche un grande secchio, Saverio si avvicina e smuove un grosso sacco che sta dentro a bagno, a mò di bustina nella tisana. Lì c’è il letame delle pecore dei vicini che alimenta l’anima di ogni filare di pianta.

Concludiamo il giro in un altro pezzo di orto “spontaneo”. Giuseppe ci mostra orgoglioso il suo pezzo preferito: “Bietola selvatica, è buonissima”. Viene su dove vuole e prende sempre. Più avanti un filare di pannocchie, granoturco. Ce ne regala due frutti, dicendoci che i semi sono perfetti per i pop corn.

Ce ne scarta una davanti, dentro i semi sono scuri, non passa aria tra uno e l’altro, un corpo scoperto e compatto.

Qualche piantina di fragola e il giro è finito.

Giuseppe si inginocchia nel tappetino del salone in mezzo ai divani e di fronte al fuoco spento dall’estate non ancora conclusa.

Mentre chiacchieriamo del nostro progetto sta in ginocchio, scioglie la schiena, emette movimenti veloci e respiri che fanno uscire costrizioni del corpo.

Giuseppe è un albero.

Un albero che ha scelto un terreno e ha provato a costruirci sopra relazioni e vita.

Rileggendo l’intervista e riparlando con lui ci accorgiamo di quanto sia stato un processo lento, una sfida ancora in corso, quello di riuscire a produrre da una terra che fino a quel momento era sconosciuta.

Per raccontarsi Giuseppe ci ha presentato prima la chioma, il suo sogno, il suo progetto futuro e poi le radici, la sua terra, l’orto.

Ora è lì, tronco, corpo attento e sveglio. Ascolta, sorride, pensa.

Un uomo-albero per tirare fuori nu picca de pane dalla terra.

Azienda agricola biologica Piccapane

cda spadafora

73020 Cutrofiano, Lecce

 

(Le citazioni sono stratte dall’intervista fatta a Giuseppe Pellegrino nel 2008 da Monica Caggiano e pubblicato in “Vite contadine. Storie del mondo agricolo e rurale”di Monica Caggiano, Francesca Giarè, Francesco Vignani, INEA, 2009)

Per la storia a disegni il viaggio continua qui: http://storieterragne.tumblr.com/

Siamo noi la cosa che manca

“Abbiamo tanta terra, abbiamo prodotti straordinari, eppure di agricoltura si parla pochissimo. La parola contadino è vissuta con vergogna e quando si parla di sviluppo [...] si parla di tutto, mai della campagna. Adesso nei paesi è impossibile trovare un uovo fresco. Se qualcuno tiene le galline immediatamente parte un ricorso dei vicini. Una volta c’era un maiale davanti ad ogni porta. Adesso gli unici animali che si vedono in giro sono i cani randagi. E la gente non vuole vedere neanche quelli. C’è questa idea di sterilizzare i luoghi, di sentire soltanto la puzza delle automobili. Mi chiedo a cosa serva un paese senza mucche, senza pecore, senza galline. Mi chiedo a cosa serva vivere un paese se non si ha voglia di coltivare un orto. Nei miei giri quando vedo qualcuno nei campi è sempre una persona anziana. Non ci sono piani strategici che possano funzionare se voltiamo le spalle alla terra. Un paese in cui nessuna sa potare un albero o fare un caciocavallo non è un paese moderno, è semplicemente un paese perduto. Non ho nessuna nostalgia della civiltà contadina. Grandi fatiche e pochi piaceri, risse, miseria, grettezza. Se quel mondo è morto non si può non vedere che è la civiltà consumista che ci sta uccidendo. E allora, nell’attesa che il mondo maturi un’altra via, riprendiamo i nostri sentieri, torniamo nelle nostre campagne. Non ci consentiranno di comprarci la macchina nuova o di andare in vacanza ai tropici, ma almeno avremo qualcosa di buono da mangiare. Vino, olio, castagne, nocciole, pane, formaggio, broccoli, insalata, noci, mele, ciliege, non ci manca niente. Siamo noi la cosa che manca, è la nostra stupida pretesa di essere altro da quello che siamo.”

 

Franco Arminio, Oratorio bizantino, ed. EDIESSE 2011, Roma.

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